Cap. 7 Al buio

Il ristorante era elegante e semplice al tempo stesso, nel suo alternarsi di bianco e nero.

Cathrine e Max furono messi in un tavolo attaccato al muro di sassi, gnocchi per lui, tartare di manzo per lei.

La conversazione scorreva fluida. Le solite domande, “cosa fai di bello nella vita”, “quali sono le tue passioni” furono smaltite nel tempo in cui le forchette rimbalzavano sui piatti.

Max era un pittore, un’esteta, un professionista della perfezione. A Cathrine erano sempre piaciute le persone che avessero un personale punto di vista della vita, gli artisti la attraevano per la possibilità che potevano offrirle di prospettive diverse nel vedere le cose. Max le piaceva. Soprattutto quando per lunghi attimi si fermava in silenzio, le puntava i profondi occhi grigi addosso e si mordeva la punta sinistra del labbro inferiore con gli incisivi. Il perchè lo facesse, se indicasse apprezzamento, o disagio, interesse o dubbio, era la cosa che la incuriosiva di più.

Finirono di cenare, in modo galante Max pagò il conto, nonostante le proteste di Cathrine, e uscirono.

Camminarono senza una meta precisa, continuando a raccontarsi a vicenda, fino a che Max non prese Cathrine per le braccia, la spinse con decisione ad appoggiare le spalle sui sassi antichi della parete di una casa del centro e la baciò. Sulle labbra, infilando la lingua con prepotente dolcezza a cercare la sua. Cathrine rispose al bacio, le braccia si sciolsero dall’istintiva mossa di protezione che le aveva portare strette al suo petto e sentì il peso di Max sul suo corpo.

Sorrise, imbarazzata, stupita, contenta, quando Max si staccò da lei.

Era frastornata. Ma felice.

Ripresero la passeggiata, le mani adesso si toccavano, Cathrine sentiva il calore di quelle di Max, ne intuiva le pieghe coi polpastrelli, ad ogni passo cresceva la voglia di assaggiare il loro sapore.

La vetrina illuminata di un negozio di alta moda attirò l’attenzione di Cathrine.

Un paio di Louboutin facevano bella mostra di sè dietro l’inferriata che proteggeva il vetro della boutique. Cathrine appoggiò il petto alle sbarre di ferro, le sue mani aggrappate alle sbarre, gli occhi rapiti dalle scarpe. Max le si mise dietro, premette il suo busto contro la schiena di Cathrine. Le coprì le mani, con le sue, stringendole sul freddo del ferro. Cat sentì dietro l’orecchio il calore del fiato di M., l’odore del suo profumo le invase le narici. Il cuore si mise in attesa, il respiro anche.

“E se io adesso ti legassi a queste sbarre?” 

Un calore mai provato prima invase il ventre di Cat. Dio che meraviglia! Lo aveva trovato! Quell’uomo che si mordeva il labbro quando la guardava fisso negli occhi, costringendola ad abbassare i suoi, sarebbe stato suo.

“E’ tutto quello che desidero.” Rispose Cat.

Il vaso di Pandora del suo piacere era stato riaperto. 

Si mossero dalla vetrina. Fecero ancora qualche centinaio di metri, durante i quali Cathrine raccontò a Max come era nata la sua passione per le corde e quanto fosse forte il suo desiderio di tornare ad essere costretta, legata, sottomessa ai voleri di un uomo. Non sapeva spiegare come mai, ma voleva tornare a godere tanto da perdere i sensi, senza essere obbligata ad esercitare nessun tipo di volontà. Voleva sentirsi abbandonata al corpo, alle corde, al piacere, a Max.

Un vicolo immerso nell’ombra si aprì alla loro sinistra.

Cat strinse d’un tratto la mano di M.

“Vieni”, disse, e lo trascinò nel buio, lo spinse al muro e lo baciò ardentemente, spingendo la lingua dentro la bocca di M., premendo la sua faccia contro le sue labbra con le mani che trattenevano da dietro la nuca. Perchè lui non potesse scappare.

Le mani di M. scesero allora lungo le cosce nude di Cat. E cominciarono a muoversi sulla sua pelle liscia, carezzando le linee dei muscoli tesi , scoprendone la trama dei sensi.

Le labbra continuavano ad assaggiarsi, le lingue a giocare la loro danza furiosa, i loro respiri si fecero ansimanti. Le mani di M. cominciarono a salire, insinuandosi sotto l’orlo della gonna, avvicinandosi un centimetro dietro l’altro all’inguine di Cat.

Le toccarono il culo, stringendolo forte tra le dita, attirando il ventre di Cat sulla sua erezione.

Poi le mani di M. passarono davanti e di posarono sul clitoride sfiorando le labbra eccitate di Cat. Un brivido di piacere le scorse lungo la schiena. Le dita di M., impertinenti, decise, volitive, si fecero strada scostando l’elastico degli slip, giocarono con la peluria che le ricopriva il ventre, si strinsero in un stretta improvvisa sulle grandi labbra di Cat.

Cat sobbalzò, aprì gli occhi di colpo, incontrò quelli di M., le sue dita le furono dentro e il suo corpo esplose.

Gemette, continuando a baciare M., mentre il suo corpo si scioglieva nel piacere, finchè non staccò le labbra, chiuse gli occhi, reclinò la testa indietro e si abbandonò.

In fondo al vicolo, si accese una luce. Dal retro di un ristorante usciva il cameriere a gettar via la spazzatura. 

Cathrine tornò in sè, tirò giù d’istinto l’orlo della gonna che era salita ben oltre il limite consentito dal buon costume e si ricompose. Max la aiutò.

Si sciolsero dal loro abbraccio, si guardarono, scoppiarono a ridere, e correndo nel verso contrario da cui erano entrati, uscirono dal buio del vicolo per tornare sulla strada.

Alla loro sinistra campeggiava l’insegna del ristorante dove un paio di ore prima avevano cenato insieme. Non se ne erano nemmeno accorti, ma erano finiti a far incontrare i loro corpi nel retrobottega del posto dove tutto era iniziato

La risata si fece allora fragorosa e impertinente. Ridevano come due bambini beccati con le mani nella marmellata.

“Vieni”, disse Max tornando improvvisamente serio, “Ti porto in un posto.”

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Cap.6 M.

Passarono altri mesi, durante i quali la consapevolezza di Cathrine divenne quella che trovare un uomo che potesse condividere con lei la passione per le corde e per il sottile ed eccitante gioco erotico sotteso al suo completo abbandono all’altro e al controllo che quest’ultimo avrebbe dovuto esercitare sul suo corpo e sui suoi sensi, sarebbe stata un’impresa per niente semplice.

Incontrava uomini, ovviamente, che in vari modi inciampavano sul suo percorso, ma presentarsi con un  “ciao sono Cathrine e mi piace essere legata…” verificò non essere esattamente la formula adatta per instaurare un primo dialogo conoscitivo con uno sconosciuto.

Il sesso tradizionale, però, non le interessava granchè. Quando finivano immancabilmente a rotolarsi in un letto, capitava spesso che la sua mente si staccasse dal corpo e pensasse “vabbè, fin qui è la solita storia, niente di nuovo, io voglio le corde, voglio essere dominata e sottomessa al volere del mio uomo… il ‘dolce su e giù’ non mi basta più…”

Il match tra le lenzuola finiva e avanti il prossimo, non poteva fermarsi, non voleva accontentarsi, lei voleva di più.

Capitava talvolta che durante quegli sporadici incontri di corpi, Cathrine riuscisse a cogliere un segnale. Le braccia portate all’improvviso sopra la testa e trattenute con forza, una carezza che si appoggiava sul suo sedere con più virilità rispetto ai canoni classici, le unghie che affondavano sui suoi seni, e allora Cathrine coglieva la palla al balzo e si faceva audace. “All-in…adesso si gioca sul serio”.

Nominava allora le corde e raccontava al malcapitato di turno come avesse scoperto il meraviglioso mondo del controllo e della sottomissione e come ne fosse stata improvvisamente scacciata, cosa si aspettasse davvero da un uomo, perchè, quando a parlare erano i corpi, le piacesse così tanto essere costretta a non avere il controllo sul suo e la sensazione di essere completamente abbandonata all’altro.

Gli occhi dell’uomo a cui azzardava la richiesta delle sue voglie si sgranavano allora sempre in un misto di sorpresa, curiosità, lussuria, si dichiaravano esperti o almeno dilettanti nella materia e desiderosi di sperimentare.

Si trovava allora maldestramente legata a tavoli, sedie, letti, ma non funzionava, mancava il gioco, mancava il fiato sul collo, la voce sommessa che le sussurrava “adesso sei mia”, mancava il controllo. Le legavano polsi e caviglie, ma non riuscivano a legarle l’anima.

Così, riavvolgeva le sue corde e passava oltre.

In una stanca sera appiccicosa di fine estate arrivò un messaggio sul suo cellulare. Uno dei tanti contatti che svogliatamente accumulava nei vari siti di incontri in cui si era messa in vetrina, senza troppe aspettative e con molte delusioni a nutrire la sua misera collezione, la contattava.

“Ciao, sono Max. Questo è il mio numero. Se vuoi ci vediamo a cena una sera.”

Secco, essenziale, niente smancerie e ossequi sdolcinati ai quali ormai aveva fatto tristemente l’abitudine. E che odiava.

Max, la incuriosì. Doveva essere decisamente sicuro di sè per non sprecare nemmeno una parola per scriverle la solita formula stupida “sei veramenete carina”.

Si scambiarono un paio di messaggi di rito, “cosa fai nella vita”, “dove vivi”, “cosa ti piace fare”.

“Ci vediamo venerdì a cena”, scrisse Max.

“Ok, sentiamoci giovedì. Mi dirai dove raggiungerti”, rispose Cathrine.

Nessun ulteriore contatto, nei quattro giorni che li separavano da quel venerdì.

La sera prima Cathrine gli scrisse. Magari si era dimenticato, magari aveva cambiato idea. Va bene non usare smancerie, ma doveva saperlo almeno il giorno prima se sarebbe o no uscita a cena con quello sconosciuto tanto diverso dagli altri. Avrebbe dovuto pensare a cosa indossare, avere il tempo di sistemarsi un attimo. Le classiche cose da donna, insomma, ma doveva saperlo prima.

“Ehi, ciao! Sono Cathrine, ricordi? E’ ancora valido l’invito a cena per domani?”

“Ciao! Certo che mi ricordo! Ci vediamo domani sera, alle 8, sotto i portici. Ti porto a cena fuori.”

“Va bene” rispose Cathrine. Max la confondeva, era un tipo davvero strano.

Cathrine cercò di vestirsi elegante, attraente quel tanto che bastava per non diventare volgare, scarpe basse nel caso in cui avesse dovuto per un qualsiasi motivo darsela a gambe. Max era un enigma per lei, non aveva mai conosciuto prima di allora nessun uomo talmente disinteressato da invitarla a cena. Non negò a se stessa che la curiosità che le aveva destato fosse condita da un pizzico di paura. Se le cose si fossero messe male, con le scarpe basse avrebbe potuto correre.

Scese dalla macchina, tirò giù l’orlo della gonna, sistemandoselo perchè non salisse troppo, si incamminò a piedi verso i portici.

Riconobbe Max dal colore dei capelli, appoggiato con le spalle al muro, la gamba sinistra piegata perchè il piede vi si appoggiasse anch’esso, la mano destra in tasca, il cellulare nell’altra, la testa piegata per guardarlo.

Cathrine si avvicinò.

“Ciao! Tu devi essere Max! Piacere, io sono Cathrine”

Max sollevò la testa dallo schermo dello smartphone, i suoi occhi cerulei cercarono quelli di Cathrine, sul suo volto si allargò un sorriso luminoso.

“Sei in ritardo”, disse con voce calda ma ferma.

Cathrine rimase in silenzio. Quello che vedeva e che aveva appena sentito aveva colpito nel suo centro. Non sapeva cosa dire. Non uscivano le parole.

“Piacere, sono Max.”

Cap.5 Constance

La stanza in cui si sarebbe svolto il corso di ‘shibari’ era bianca, calda, accogliente. Un trilite in legno sul fondo a cui erano appesi dei ganci, tappeti e cuscini in terra a coprire l’intero spazio della sala, oltre una tavola imbandita di tè caldo e biscotti.

Cathrine si presentò al maestro e alla sua compagna, ribadendo il fatto che sarebbe stata da sola.

Il mestro rispose: “Non preoccuparti, ci ho pensato io. Ti presento Constance. Farà corde con te”

Constance era una ragazza ossuta ed elegante, quasi gracile. Aveva una compagna, con la quale studiava lo ‘shibari’,  che era assente per lavoro e aveva accettato l’invito del maestro per fare un pò di corde, nel noioso sabato pomeriggio che le si sarebbe prospettato altrimenti.

“Sarò delicata, non preoccuparti. Dimmi se ti farò male, non voglio farti male” disse Constance a Cathrine.

“Io voglio sentire la tensione delle corde sulla pelle, ho bisogno di risentire quella sensazione, sono qui per questo. Non mi farai male. Tira come devi.” rispose Cathrine.

Si sedettero sul futon, vicine. Il maestro cominciò a spiegare. Cathrine chiuse gli occhi. E tornarono le corde.

Le sentiva strusciare sulla sua pelle, le sentiva tirare quando raggiungevano la posizione giusta e venivano bloccate, le sentiva accarezzare i punti caldi del suo corpo e partire brividi che arrivavano a scuoterle la base del collo.

Prima un piede, poi la caviglia, il polso legato ad essa, poi su, polpaccio e braccio insieme.

Il maestro parlava, le mani di Constance si fermavano e Cathrine apriva gli occhi. Vedeva le corde strette alla sua pelle, belle, confuse col suo corpo, come un’opera d’arte.

Poi ancora corde, in piedi, i polsi insieme, bloccati dietro la schiena. Cathrine le sentì passare intorno al collo, sfiorarle i capezzoli tesi. Le corde presero a scivolare sull’inguine. Cathrine le sentì tirare, da sopra i vestiti, fino a premerle il clitoride. Le sfuggì un sospiro.

Constance le si avvicinò da dietro  fino a sfiorarle con le labbra l’incavo tra la spalla e il collo. Cat sentì il calore del respiro di Constance invaderle l’orecchio e di nuovo quel fuoco che le colmava l’inguine. Le corde, finalmente! Quanto si sentiva viva!

Constance tirò. Il clitoride di Cat ne fu schiacciato. Sorpresa, dolore, eccitazione. Un sorriso si allargò sul suo viso.

Tirò un paio di respiri affannati, doveva calmarsi. Si era eccitata, ma non poteva permettere che gli altri dieci allievi del corso se ne accorgessero.

Cat si controllò.

Constance, sempre dietro di lei, tirò ancora. Il clitoride di Cat tornò a strusciare violentemente sulle corde. Il respiro di Cat si arricchì di un gridolino sommesso, soffocato nella gola.

“Ti ho fatto male?” Le sussurrò Constance all’orecchio.

“No.” rispose Cat, cercando di controllare l’eccitazione e il respiro affannato, “Anzi, grazie…è quello che volevo.”

La lezione terminò con una merenda a base di tè, tutti insieme come amici di vecchia data. 

Prima di andarsene, Cathrine si avvicinò al maestro.

“Maestro, mi scusi, sa dirmi dove posso trovare delle corde come quelle che abbiamo usato oggi?”

Il maestro le disse che di corde ne avrebbe potute trovare in tanti posti e di vario tipo, ma se avesse voluto le vere corde dello ‘shibari’, avrebbero dovuto essere giapponesi, come quelle che lui periodicamente si faceva mandare direttamente dal Giappone e che forniva ai suoi allievi.

“Posso averle anch’io?”

“Dipende da quali legature vuoi fare, ci sono di varie lunghezze.”

“Io non voglio legare, io voglio essere legata.”

“Allora prendi questa.”

Cathrine comprò otto metri di corda in canapa giapponese e tutto l’occorrente per prendersene cura.

Tornò alla macchina con il sorriso stampato sul volto, le guance ancora arrossate da quando aveva cercato di controllare l’eccitazione, che Constance e le sue corde le avevano regalato. Camminava accarezzando le corde nuove.

Le ‘sue’ corde.

Adesso avrebbe dovuto trovare chi fosse in grado di usarle su di lei.

 

Cap.4 L’attesa

I giorni che seguirono divennero mesi, primavere, estati e lunghi inverni.

Cathrine provò più volte a ristabilire un contatto con Sylvio, ma comprese presto che l’efficacia fisica dello schiaffo che aveva chiuso l’incrocio delle loro vite, delle corde e dei loro corpi, si estendeva senza alcuna via d’uscita anche ad ogni altra possibilità di interazione. Si interrogò a lungo anche su quello che, nella dinamica di quella infausta serata, fosse stato in qualche modo colpa sua. Ma, sebbene provasse a dare una qualsiasi spiegazione logica al comportamento di Sylvio, finanche ad addossarsene la colpa, non riusciva a non arrivare alla conclusione che lei, di fatto, non avesse fatto un bel niente. Aveva chiesto di allentare la stretta, le faceva male la spalla, punto. Possibile che avesse semplicemente avuto paura, quell’uomo tanto silenzioso e austero, forte delle sue corde e del potere che esercitava sui suoi sensi e quindi su di lei, che quella piccola donna, completamente nelle sue mani, potesse in qualche modo indebolirlo e ribaltare le parti, tanto da diventare più potente di lui e fermare il gioco? Possibile che alla richiesta sommessa di Cat, Syl si fosse trovato intimamente pronto ad accondiscendere e si fosse quindi spaventato della remota possibilità che si stesse in qualche modo affezionando a quell’esile corpo tremante e voglioso al quale era stato sul punto di concedere il potere di decidere cosa andasse bene e cosa no? 

Agli occhi di Cathrine, quello schiaffo prese via via ad assumere i contorni della paura di Sylvio nei confronti delle possibili relazioni sentimentali con una donna, e si convinse lentamente che di quello che lo spaventava nell’ipotizzare una relazione con una donna, lei non poteva averne colpa. Apparteneva al passato di Sylvio. Mentre lei, se solo lui le avesse dato una possibilità, se solo ‘si’ fosse dato una possibilità, avrebbe potuto essere il presente.

Risolto nella sua mente l’enigma il cui epilogo l’aveva vista scacciare come si scaccia un cane molesto, Cathrine ripartì. E lo fece cercando qualcuno, qualcosa, un qualsiasi segnale che la conducesse di nuovo alle corde.

Curiosava in rete in un pomeriggio di solitudine ed inedia cercando qualcosa che avesse a che fare col bondage, quando capitò nel sito di un’associazione culturale che si occupava di ‘shibari’, l’antica arte giapponese della legatura con le corde.

Ed eccolo là il segnale che aspettava.

Venivano organizzati dei seminari durante i quali un insegnante, insieme alla sua compagna di corde e di vita, avrebbe mostrato l’arte di legare una donna con le corde. Gli allievi avrebbero dovuto essere coppie di persone, che avrebbero messo in pratica seduta stante gli insegnamenti, durante lunghi pomeriggi insieme nelle giornate dei corsi. Uno avrebbe legato, l’altro si sarebbe fatto legare. 

Cathrine decise che sarebbe andata ad uno di questi seminari. Voleva essere legata. Voleva risentire sulla sua pelle la sensazione delle corde tese che la stringevano.

Si segnò quindi al corso, specificando però che sarebbe stata da sola, ma si offriva come bottom, se solo si fosse trovato qualcuno che, come lei da solo, avesse voluto invece legare. 

L’insegnante le rispose che non avrebbe dovuto preoccuparsi, avrebbe fatto lui in modo che tra gli allievi ci fosse un’altra persona, da sola, disposta a legarla, un’altra persona che sarebbe stata presente il pomeriggio del corso per imparare nuove legature.

“Poi se vorrai potrai anche provare a legarla te.”

Le aveva detto l’insegnante, quasi per rassicurarla, durante il colloquio telefonico con il quale Cathrine aveva acquisito tutte le informazioni sul corso che si sarebbe tenuto di lì a poco.

“Non importa, grazie mille. Non voglio imparare a legare, non mi interessa. io voglio solo essere legata.”

Un sabato pomeriggio si presentò quindi, da sola, nella sala del seminario di ‘shibari’. Voleva essere legata, sarebbe stata legata.

Cap. 3 Corde e sushi

Il fastidioso suono di un clacson risvegliò Cat dal turbine dei pensieri che le affollavano la mente confondendosi col picchiare violento della pioggia sopra di lei. Non si era accorta che il semaforo era diventato verde. Guardò dietro di lei chi potesse mai essere, chiuso nella sua scatoletta di plastica e lamiere, ad avere così tanta fretta da distrarla dal flusso dei ricordi che inondavano il suo lento viaggio di ritorno a casa.

Lo schiaffo di Syl aveva chiuso senza alcuna possibilità di appello l’esperienza più audace e trasgressiva della sua vita sessuale. Aveva conosciuto le corde, imparato a riconoscerne l’odore, iniziato a decifrare il complesso codice sotteso alla linea di confine tra dolore e piacere, tra obbedienza e scelta, tra costrizione e libertà.

Aveva osservato tante volte Syl sciogliere lentamente quelle corde che da lì a poco avrebbero costretto il suo corpo alla resa totale, l’avrebbero sottomessa al suo volere. I movimenti avevano un rituale preciso, di una bellezza tale che la incantavano. Poi le corde cominciavano a scorrere sulla sua pelle, ruvide, calde, tese. Tutto era immerso nel silenzio. Nessuna parola era necessaria. Syl non doveva spiegare niente, Cat non aveva bisogno di chiedere niente. Parlavano i corpi, sentiva la pelle. Le corde iniziavano a tirare, intrecciate nei loro nodi, e più mani e piedi diventavano immobili, più si liberava la sua voglia, si bagnavano le sue labbra, si accendeva il desiderio. Più perdeva il controllo del suo corpo, più si sentiva libera e viva. Ed esplodeva il piacere.

“Voglia di corde e orgasmi” gli aveva scritto Cat una sera, prima di addormentarsi ed era diventata da allora la loro parola d’ordine che precedeva gli incontri.

E si era trovata legata ad una sedia, completamente immobilizzata, le braccia dietro la spalliera, le caviglie costrette alle gambe di legno spigoloso. Syl le aveva strappato i vestiti, rovesciato la sedia in modo che la sua fica gli si offrisse in alto e aveva cominciato a giocarci con le mani. Le dita frugavano dentro e il suo cazzo le riempiva la bocca.

Era stata legata per ore al letto, le mani sopra la testa, le gambe divaricate, le corde che disegnavano i loro cerchi come serpenti attorcigliati sulla sua pelle e poi bloccate alla testata. Syl l’aveva bendata, lasciando che solo le orecchie e il suo corpo mantenessero il contatto con la realtà. Aveva usato ogni suo buco a suo piacimento, lasciando che lei godesse ad ogni spinta, che il piacere si sciogliesse in fiumi di fluidi caldi.

Si era trovata appesa alla maniglia di una finestra, il sedere scoperto e pronto. Syl l’aveva colpita allora con un mestolo da cucina, una volta, due, tre, quattro. Improvviso, inaspettato, era arrivato l’orgasmo più violento della sua vita, senza neanche essere stata toccata dalle sue mani. 

Quando tutto finiva, esausti entrambi, Cat rideva, di quella soddisfazione che si prova quando si scioglie il dubbio di non riuscire a fare una cosa che non si è mai fatta. Si scopriva donna, libera, felice. E allora Syl si alzava, le accendeva una sigaretta e andava a prepararle il caffè.

“Vieni” le aveva detto una sera, dopo averla slegata, “ti preparo il sushi, ti va?”

Cat, ancora nuda, si era messa il maglione di Syl, ci era sprofondata dentro e si era accucciata sulla sedia della cucina. Syl aveva tirato fuori dalla credenza il suo coltello, aveva preparato le alghe, sfilettato il salmone, aperto l’avocado, preso il riso da una ciotola. A torso nudo aveva cominciato ad arrotolare hosomaki e uramaki, con la maestria di un professionista. Li aveva offerti a Cat mettendole il primo morso di ogni rotolino in bocca, l’aveva imboccata, le aveva sorriso, le aveva chiesto se le piacesse. 

Cat aveva mangiato, massaggiandosi i polsi, ancora doloranti e segnati dalle corde, scavati dal marchio del suo piacere. Aveva sorriso, giocosa. Avevano scherzato insieme. Era stato, quello,  il sushi più buono che avesse mai mangiato.

Aveva smesso di piovere, il temporale era finito. Cat fermò la macchina, non avrebbe saputo dire come fosse arrivata a casa. Tirò su col naso, asciugò l’ultima lacrima, scese con la mano a massaggiarsi la guancia.

“Non posso fermarmi adesso” pensò, “non posso.”

Infilò la chiave nella porta di casa, sospirò. Nella lama di luce che si formò entrando nel buio della stanza, arrivò la consapevolezza che sarebbe andata avanti, avrebbe trovato il modo di scrivere nuove pagine. Sottomessa, dominatrice, non avrebbe avuto importanza, lei voleva quelle cose lì, voleva appartenere a quel mondo. Apparteneva già a quel mondo, sentiva di averne sempre fatto parte nelle pieghe più nascoste della sua anima.

Voleva essere libera, voleva essere legata.

Non sarebbe tornata indietro.

Cap.2 L’inizio

Si erano conosciuti qualche mese prima, su una delle tante chat di incontri sorte come funghi nell’effimera vita della rete per arginare almeno in parte il terrificante baratro della solitudine.

Era sola da troppo tempo Catherine, e la foto del volto ombroso di un ragazzo suo coetaneo, incorniciato da lunghi capelli corvini, aveva catturato la sua attenzione in un’annoiata sera di inizio dicembre. Rispondeva al nome di Sylvio, cuoco, pittore, artista, tipo strano, di quelli che, secondo meccanismi inconsci della sua mente, che lei conosceva fin troppo bene, da sempre nella sua vita stimolavano la sua curiosità.

Qualche chiacchiera on line poi la proposta di incontrarsi di persona per un caffè, Cat lo aveva invitato a casa sua, nella sua zona di comfort, quando ormai fuori si avvicinava il Natale. 

Discorsi di circostanza, un paio di sigarette, curiosità reciproca, nessun contatto fisico, se si escludeva la rapida stretta di mano delle presentazioni iniziali. Seduti al tavolo della cucina, si studiavano come due giocatori di poker. Poi all’improvviso Syl aveva chiesto:

“Posso fare una cosa?”

Cat, disorientata, aveva risposto: “Certo, perchè no?”

Syl si era alzato, si era sfilato la sottile sciarpa di cotone che gli ornava il collo, l’aveva presa ai due capi con le mani e si era spostato dietro di lei.

Con movimenti lenti aveva appoggiato la sciarpa sugli occhi di Cat, il cui respiro aveva immediatamente cambiato ritmo. Aveva portato poi i capi dietro alla nuca, fatto il nodo e tirato. Forte. Il buio e la stretta alla nuca avevano risvegliato i sensi di Cat, come un lampo squarcia il cielo pronto al temporale. Un profondo respiro e il cuore in apnea avevano acceso di desiderio ogni cellula della sua pelle. Sensazioni nuove, antiche al tempo stesso come la sua pubertà, un sogno che diventava realtà.  Dietro di lei, vicino alla sua spalla, sentiva il respiro di Syl farsi profondo, il calore del suo fiato accarezzargli la pelle, il suo odore insinuarsi nelle sue narici e nella sua mente.

Cat aveva alzato le braccia, per toccare la sciarpa che le copriva gli occhi, poi due mani, delicate ma decise, si erano strette ai suoi polsi e gliele avevano abbassate fino a portarle entrambe dietro la schiena, oltre lo schienale. Il contatto con la pelle delle mani di Syl le aveva fatto partire un brivido di eccitazione dalla base del collo fino al pube. In modo che non era riuscita a controllare, dalla sua bocca era uscito un gemito.

La stretta era forte, il respiro profondo di Syl ancora dietro di lei. Vicino. 

Aveva avvertito i suoi capelli sfiorarle la guancia, poi le sue labbra avevano sentito altre labbra appoggiarsi umide, calde, la lingua insinuarsi nella sua bocca.

Percorsa da sensazioni sconvolgenti, immersa nel buio illuminato dal risveglio dei suoi sensi, Cat aveva risposto al bacio, cercando quelle labbra, desiderando quella lingua intrecciata alla sua. Tendeva il collo, cercando di contrastare la stretta delle mani di Syl che bloccavano le sue, voleva quel contatto, voleva quelle labbra.

Poi, improvvisamente lui si era allontanato, ponendo fine al primo incontro delle loro pelli e delle loro anime. Aveva allentato la presa sulle mani di Cat, aveva sciolto il nodo restituendole la vista. Il respiro di Cat da violento e tumultuoso come era stato fino a qualche istante prima era tornato lentamente alla normalità. Sul suo volto si era aperto un sorriso. Tra le gambe, in modo inconfessabile, sapeva di essere bagnata.

Syl era tornato davanti a lei.

“Ti è piaciuto?”

“Ah sì!” aveva risposto Cat istintivamente, il pensiero ancora annebbiato dallo sconvolgimento dei sensi. “Mi è piaciuto, molto… Senza saperlo hai realizzato un mio sogno, sai?”

“Quale?” Aveva chiesto Syl.

“Ho sempre sognato di essere bendata.”

” Se questo ti è piaciuto, la prossima volta che ci vediamo ti farò conoscere le mie corde”

 

 

Cap. 1 La fine dell’inizio

Le gocce di pioggia rimbalzavano violente sul parabrezza e sulla carrozzeria. Il frastuono era assordante e in esso si confondeva tutto il rumore che aveva dentro.

Cat guardava davanti a se, senza vedere realmente. Era buio, e freddo. Dentro, soprattutto dentro.

Una lacrima calda scese sulla guancia arrossata.

Era arrivata nel cortile del palazzo poco prima, aveva suonato, Syl era sceso furioso.

Gli occhi iniettati di rabbia, le si era avvicinato quasi correndo.

Arrivato davanti a lei le aveva lanciato sulla guancia destra uno schiaffo la cui violenza non era stata in grado di immaginare possibile, prima.

La testa si era girata assecondando la forza del colpo, le orecchie avevano cominciato a fischiare e mentre il volto tornava a guardarlo Syl le aveva urlato:

“Tu non sei una sottomessa, tu sei una dominatrice! Vai a trovarti uno che sia disposto ad eseguire i tuoi ordini e non osare mai più avvicinarti a me! Sparisci!”

Con la stessa furia con la quale era arrivato, si era voltato ed era rientrato nel buio dell’androne, sparendo per sempre dalla sua vista.

Con la mano poggiata sul pulsare della sua guancia, Cat non aveva nemmeno fatto in tempo a rispondere. Le sue parole “Ma mi faceva solo male la spalla!” erano uscite in ritardo, sommesse e inascoltate, disperse nel buio e nelle prime gocce di pioggia.

Era tornata in macchina, confusa, stordita e, mentre fissava il vuoto davanti a lei ripensava al loro incontro di poche ore prima.

Syl aveva suonato alla porta, come sempre, aveva appoggiato il suo borsone pieno di corde sul tavolo della cucina, le aveva ordinato di sedersi, le aveva preso le mani, gliele aveva portate dietro la schiena, le braccia a contrasto con lo schienale, gli avambracci uniti uno sopra l’altro, e aveva iniziato a legarli minuzioso, meticoloso, silenzioso, potente.

La spalla sinistra le faceva male, però.

Quando si ritrovava legata mani, polsi, braccia, gambe, piedi e sospesa e strattonata, in qualsiasi modo lui volesse, era successo tante volte che le articolazioni le facessero male, ma durante i loro giochi perversi e passionali, durante i loro orgasmi violenti e poderosi, il dolore si trasformava in piacere, lo amplificava, lo elevava all’ennesima potenza.

Allora andava bene, ma quel pomeriggio la spalla le faceva male prima ancora che tutto avesse inizio. Sarebbe bastato che Syl avesse allentato solo un pò la stretta delle corde sui polsi, in modo che Cat avesse potuto sistemare la posizione delle spalle e poi lei non avrebbe più osato chiedere niente, avrebbe sofferto e goduto in silenzio come tutte le altre volte.

“Mi fa male la spalla, puoi allentare solo un pò?” aveva chiesto a bassa voce.

Sil era scattato in piedi, aveva sciolto e riordinato le corde in assoluto silenzio.

“Ma che fai? Perchè sistemi tutto? Mi faceva solo male la spalla, bastava allentassi un attimo.”

Si era rimesso la giacca, aveva ripreso la borsa.

“Ma perchè vai via? Ma che succede? Aspetta! Mi faceva solo male la spalla!”

Aveva aperto la porta, l’aveva richiusa dietro di sè, continuando a non uscire dal suo silenzio autoritario.

L’aveva lasciata così, sola, confusa, e ora doveva capire cosa era successo, aveva bisogno di spiegazioni.

Nella testa di Cat continuava a rimbalzare la frase “ma mi faceva solo male la spalla, cazzo! ma perchè?” mentre, quasi sotto shock, si vestiva al volo, infilava il cappotto e saliva in macchina per andare da lui.

Aveva solo bisogno di spiegazioni, non poteva finire tutto così.

Syl aveva aperto il vaso di Pandora del suo piacere, le aveva fatto conoscere la frontiera della costrizione, dell’obbedienza, dell’assoluta vulnerabilità come anticamera della più totale complicità emotiva, delle più elevate vette del piacere che lei avesse mai conosciuto nella sua vita. Cat aveva scoperto che adorava sentire le corde strusciare sulla sua pelle, sentirle tirare e premere sulla carne. Non poteva tornare indietro. Non adesso.

Quello schiaffo violento però aveva chiuso il capitolo.

Stretta dentro le lamiere della sua macchina, circondata dal frastuono del temporale, Cat si asciugò la lacrima. La guancia su cui si era abbattuta la furia di Syl cominciava a far male.

“Tu non sei una sottomessa, tu sei una dominatrice!” Continuava a rimbombarle nella testa la frase di Syl.

Ma che voleva dire?

Ma quale sottomessa e dominatrice, lei voleva solo essere legata, che importanza potevano avere le definizioni quando si parlava di piacere?

E adesso cosa avrebbe fatto?

Come avrebbe potuto trovare un altro maestro, un nuovo complice di una sessualità, la sua, alla quale erano stati tolti i freni? Come rimettere le briglie ad un cavallo che ha scoperto il vento della libertà?

Questo pensava Cat mentre infilava le chiavi nel cruscotto e accendeva il motore della macchina per tornare a casa con la guancia che pulsava e doleva.

“E adesso?”