Cap.10 Cinghia e verga

Cathrine arrivò all’indirizzo che Max le aveva mandato. Aveva in mano una bottiglia di vino bianco, Max l’aveva invitata a cena a casa sua.
“Cosa posso portare?” gli aveva chiesto per messaggio nel pomeriggio.
“Te. E le corde.” le aveva risposto Max.
Ma, a parte le corde che aveva diligentemente riposto in un angolo della sua borsa, Cathrine non se l’era sentita di arrivare a mani vuote. Così aveva scelto una bottiglia di vino bianco di una delle cantine più valide di cui era a conoscenza e l’aveva portata con sè.
Aveva riflettuto molto, lasciando che i pensieri le rubassero ore e ore di sonno, sulle parole che Max le aveva detto l’ultima volta che si erano visti.
<<Io vivo senza legami, ho altre donne, molte altre donne, nessuna delle quali è e sarà mai la mia unica donna. Tu, se vuoi, puoi essere una di loro.>> Sarebbe stata una delle tante, nessuna possibilità le veniva offerta di poter fare la differenza nella vita di una persona alla quale lei sentiva, invece, di essere già irrimediabilmente legata. Max aveva fatto una scelta.
Cathrine aveva apprezzato la profonda sincerità di quell’uomo così tenacemente arrampicato alle sue convinzioni. Ne ammirava il coraggio di aver scelto la strada che più si confaceva alle sue attitudini e di plasmare la sua vita solo ed esclusivamente in funzione di essa. Non l’avrebbe amata, ma le avrebbe dato quello che lei voleva. Il sottile gioco della sottomissione e dell’abbandono alle volontà di un ‘padrone’ che, non solo con le corde, avrebbe dominato i suoi sensi, che l’avrebbe portata a superare il suo livello di consapevolezza, ad alzare l’asticella delle sue esperienze, a comprendere fino a che punto davvero fosse in grado di arrendersi ai lacci delle emozioni potenti che la legavano a lui.
Era stata molto indecisa se fosse il caso di continuare a vedere Max o se invece fosse meglio per lei interrompere la cosa subito, prima ancora che si definissero i contorni del gioco masochistico di ‘padrone’ e ‘schiava’. Si chiedeva soprattutto se fosse davvero in grado di sopportare il fatto di rinunciare ad avere quell’uomo come amante, compagno, sodale, ma era arrivata alla conclusione che non voleva assolutamente perdersi l’occasione, che lui le stava offrendo, di conoscere se stessa al fondo di ogni fibra del suo corpo e della sua anima. Lui avrebbe giocato con lei, lei avrebbe giocato con se stessa.
Era curiosa di conoscere il limite di sottomissione al quale sarebbe stata in grado di arrivare. Le piaceva essere legata e sentire gli strappi delle corde sul suo corpo, voleva vedere fino a che punto sarebbe riuscita a sopportare quelli sulla sua anima. Si sarebbe allenata all’indifferenza perchè il cuore non soffrisse più di quanto non avrebbero sofferto le sue carni. Aveva trovato il maestro che l’avrebbe educata al masochismo dell’anima, oltre che a quello del corpo.
Suonò il campanello e attese.
Max comparve sulla porta. La aspettava sul pianerottolo. A piedi nudi, con indosso un paio di jeans e una maglietta bianca coi profili neri, i capelli arruffati, gli occhi grigi ardenti di un misto di fanciullesco divertimento, curiosità e desiderio, era di una bellezza sconvolgente.
Cathrine salì i pochi scalini che la separavano da lui, Max la guardava mordendosi il labbro.
Appena le fu sufficientemente vicina, Max la strattonò a sè con un abbraccio vigoroso, la baciò, e appena le labbra si staccarono le une dalle altre disse:
“Non vedevo l’ora che tu arrivassi. Vieni.”
“Ho portato del vino, spero ti piaccia.” Disse Cathrine estasiata dall’accoglienza. Il vortice dei pensieri che l’avevano tormentata nei giorni precedenti, svanì in un istante. Voleva quell’uomo. Non le interessava cosa fosse, chi fosse, cosa avesse scelto di essere, chi avesse scelto di essere. Voleva essere sua.
“Ti avevo chiesto le corde. Sono astemio.” Rispose Max, con un tono di voce che si era fatto improvvisamente duro.
“Ho portato anche quelle. Lo berrò io, se te non lo vuoi. Probabilmente ne avrò bisogno.” Disse Cathrine entrando in casa.
La sala da pranzo era immersa nel buio rischiarato dalla luce di candele sul mobile accanto al divano e sui gradini che portavano alla portafinestra che dava sul balcone. Sopra la penisola, appesa al soffitto, una mensola illuminava coi suoi faretti il piano di lavoro della cucina.
“Posso aiutarti a fare qualcosa?” Chiese Cathrine.
“No. Siediti. Sei mia ospite. La cena la servo io. E’ quasi pronto.”
Seduti uno di fronte all’altro, mangiarono un risotto alla zucca e un tortino di verdure, che Max aveva preparato con maniacale precisione. Parlarono di scelte.
Alla fine della cena, Cathrine chiese se potesse avere un caffè. Max lo fece, glielo servì e attese che lo sorseggiasse lentamente. Non le staccava gli occhi di dosso.
Appena Cathrine posò la tazzina vuota, Max disse:
“Sei di una bellezza sconvolgente. Vieni qua.” I suoi occhi si erano fatti un pozzo profondo di desiderio non più contenibile. “Prendi le corde.”
Cathrine obbedì.
“Metti le mani qua.” Le ordinò Max e la fece sistemare in modo che le sue braccia fossero distese sull’isola della cucina e il busto appoggiato al suo lato più corto. “E ora stai ferma.”
M. era dietro di lei, in piedi e Cat, immobile come le era stato ordinato, riconobbe il fruscio delle corde che si stavano sciogliendo sotto il lavoro preciso delle dita di M.
Sempre da dietro, M. la abbracciò premendo il torace contro la sua schiena e, lavorando con le corde intorno ai suoi polsi, glieli legò insieme.
Il respiro di Cat si era già fatto più breve ed eccitato.
M. tirò le corde e i polsi legati di Cat si alzarono insieme alle sue braccia fino ad arrivare sopra la sua testa.
M. fece passare i capi liberi delle corde intorno alla mensola che sovrastava l’isola della cucina, e tirò forte. Cat lanciò un grido sommesso, un misto tra sorpresa, dolore ed desiderio. Il suo corpo era disteso, appeso alla mensola della cucina, le braccia tese che la costringevano ad alzarsi sulle punte per allentarne la tensione.
M. sempre dietro di lei passò le corde per due volte intorno al suo collo, controllando che non serrassero troppo. Tirando i capi di quelle corde, da quel momento in avanti avrebbe costretto Cat a tirare indietro la testa, come un cane al guinzaglio.
“Non muoverti” Le ordinò.
Il respiro di Cat era sempre più corto, il suo inguine si stava infuocando, era bagnata di eccitazione. Sentì i passi di M. allontanarsi dietro di lei e uscire in terrazza.
M. tornò, con un leggero strattone alle corde le fece capire che era tornato e che si iniziava a giocare.
Un brano di musica classica invase il silenzio. Cat chiuse gli occhi.
Sentì le mani di M. cominciare a muoversi sulle sue cosce e sui suoi seni. M. alzò la gonna fino a sopra le natiche, accarezzò gli elastici degli slip e con un movimento violento e improvviso li strappò. Cat dette uno strattone alle corde che le legavano i polsi. Le corde che le cingevano il collo si fecero più strette. Il liquido caldo della sua eccitazione cominciò a scendere goccia dopo goccia scivolando sull’interno delle sue cosce tremanti di eccitazione.
Le mani di M. salirono sul busto di Cat, le scoprirono i seni, giocarono coi capezzoli turgidi. Cat chiuse gli occhi, godeva in ogni fibra del suo corpo del tocco delle mani di M. che danzavano sulla sua pelle. Improvvisamente sentì un dolore fortissimo prima sul capezzolo sinistro, poi sul destro. Cacciò un urlo, aprì gli occhi e vide appese ai suoi capezzoli due mollette da bucato. Le sue membra ebbero uno scossone, tra le gambe la sue eccitazione calda continuò a colare. Stentava a credere che tanto dolore fosse così eccitante. Ma lo era, accidenti se lo era! Voleva quell’uomo, lo voleva dentro di sè, in un modo così potente che non aveva mai sperimentato prima.
M. le si avvicinò da dietro, con le labbra le sfiorò l’orecchio.
“Troppo male?” chiese.
Cat mugolò e fece cenno di no con la testa.
M. le girò il volto verso le sue labbra e le diede un bacio dolcissimo.
Si staccò da lei, fece un passo indietro e la colpì sulla natica.
Cat urlò di nuovo. Strattonò le corde con le braccia e dal suo inguine piovvero gocce calde di desiderio.
M. tirò le corde obbligando Cat a tirare indietro la testa.
A pochi millimetri dalle sue labbra M. le sussurrò, un attimo prima di baciarla di nuovo:
“Ti ho presentato la mia cinghia, bambina mia.” Cat gemette colma di dolore, che diventava quasi magicamente desiderio.
M. la colpì ancora, due, tre quattro volte, alternando le natiche destra e sinistra.
Cat ad ogni colpo gemeva, strattonava le corde e godeva di un piacere così intenso tanto nuovo quanto inebriante.
Sentì il rumore metallico della fibbia che cadeva in terra, M. le si avvicinò e con un movimento rapido aprì le gambe di Cat e da dietro le infilò dentro il suo cazzo al culmine dell’eccitazione. Le corde strattonarono, Cat aprì la bocca come per urlare ma il fiato le si fermò in gola. Non aveva mai provato niente di simile prima d’ora. Appena M. le fu dentro esplose in un orgasmo potentissimo che le squassò le membra. I suoi liquidi bagnarono l’inguine di M. e continuarono a gocciolare generosi ad ogni affondo finchè M. non uscì improvvisamente da lei.
Cat tremava e godeva in ogni atomo del suo corpo. La sua fica gocciolava inarrestabile, in terra si era formata una pozzanghera lucida dei suoi liquidi voluttuosi.
Il tempo si era fermato, tanto erano forti le emozioni che provava che non era più in grado di definire a se stessa dove fosse, cosa stesse accadendo, forse nemmeno chi fosse.
Sentì sulle sue natiche arrivare un nuovo colpo, secco, fortissimo, di un dolore bruciante.
M. le si infilò violentemente dentro di nuovo e mentre la prendeva coi suoi affondi rapidi e ripetuti le disse “E questa era una verga, mio dolce tesoro. Adesso conosci anche lei.”
Tirò le corde, continuando a sbattersi la fica fradicia di Cat, lei rovesciò la testa indietro e lui la baciò gemendo mentre godevano insieme in un orgasmo grandioso.
Cat non sapeva quanto tempo fosse passato da quando erano venuti e M. si era appoggiato alla sua schiena.
All’improvviso di rimise eretto, accarezzò le natiche brucianti di Cat e cominciò a scioglierla dalle corde che ancora le serravano polsi e collo, e dalle mollette che non avevano smesso di stare saldamente attaccate ai suoi capezzoli.
“Dio che bei segni che hai” le disse “Sei meravigliosa.”
Appena fu libera Cat si accasciò al suolo, le gambe non la reggevano in piedi. Respirava affannosamente, stordita da tutto quel piacere e M. la accompagnò il terra dolcemente come fosse un morbido cuscino su cui adagiarsi dopo una fatica estrema e dolcissima.
Le accarezzava il viso. Cat aveva gli occhi chiusi, immersa nel suo mondo di dolore e piacere, di nuove sensazioni e fanciullesca felicità. Sorrideva.
Quando aprì gli occhi, incontrò quelli grigi e profondi di M. Erano colmi di dolcezza adesso. La musica si era interrotta.
“Dovrai firmare un contratto.” Le disse M.

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Cap. 9 Rivelazioni

Erano passati solo tre giorni da quando Max aveva salutato Cathrine un attimo prima che il suo corpo venisse avvolto dalla gommapiuma dei seggiolini della sua macchina. Era senza slip, Cathrine, e ancora umida in mezzo alle gambe dopo l’orgasmo più hollywoodiano della sua vita. Ma non si preoccupò che potesse sporcare il rivestimento dei seggiolini. Era stata scopata sul cofano di una macchina, da uno sconosciuto che aveva completamente soggiogato, dall’istante che aveva incontrato i suoi occhi grigi e il tono caldo della sua voce profonda, ogni sua volontà, ogni fibra del suo corpo, ogni desiderio della sua anima. Stentava ancora a crederci che fosse accaduto a lei, davvero, come in un film.
Il telefono di Cathrine emise il suono squillante che la avvisava che era arrivato un messaggio. Era Max.
“Ho bisogno di vederti. Comincio a non ricordare più i bei lineamenti del tuo faccino. Voglio rivederti.”
Fissarono che si sarebbero visti a casa di Cathrine l’indomani pomeriggio.
La sera, prima di addormentarsi, Cathrine scrisse a Max la buonanotte:
“A domani, misterioso Signore della mia anima. Vorrei che fosse già domani.”
“Domani è già oggi.” Rispose lapidario Max.
“E’ una delle cose più belle che mi sia mai stata detta da un uomo” pensò Cathrine un attimo prima di chiudere gli occhi.
Il giorno dopo, appena finito il suo pranzo, Cathrine sentì bussare alla porta. Il cuore perse un colpo, era Max, ne era certa. Ogni fibra del suo corpo sentiva che era lui. Il suo ventre sentiva che era lui.
Max entrò nel soggiorno immerso nella penombra. Cathrine non aveva aperto le persiane quel giorno, la luce del giorno non si addiceva al fuoco della passione.
Senza dir niente, Max prese tra le sue mani il volto di Cathrine e la baciò, profondamente, lentamente. Poi le labbra si staccarono e Max sussurrò, a pochi millimetri da Cathrine:
“Che bella che sei. Mi sei mancata.” e aggiunse “Fammi conoscere le tue corde, adesso.”
L’inguine di Cathrine obbedì al richiamo di Max molto più rapidamente del resto del suo corpo. Tra le gambe sentì che si stava bagnando.
Aprì il cassetto del mobile in soggiorno che custodiva il suo tesoro di canapa giapponese, abbandonò le corde diligentemente arrotolate nelle mani di Max e, precedendolo sulle scale, lo condusse in camera da letto.
In mezzo alla stanza campeggiava il letto in ferro battuto di Cahtrine. Vedendolo Max sorrise e Cathrine scorse con la coda dell’occhio che si mordeva il labbro non togliendole gli occhi di dosso.
M. le si avvicinò, il corpo premuto a quello di Cat. Tornò a baciarla e, senza staccare le labbra dalle sue, la spogliò, accarezzandole la pelle ogni volta che agganciava un indumento per sfilarglielo di dosso.
Il corpo di Cat era scosso da brividi di piacere ogni volta che sentiva le mani di M. sfiorarle la pelle. La sua fica gocciolava di trepidante attesa.
M. accompagnò il suo corpo a sdraiarsi sul letto, continuando a baciarla senza interruzioni. Le prese le mani, gliele portò sopra la testa. Si staccò da Cat.
“Ferma così adesso.” disse.
Cat immobile e tremante di desiderio, vide M. che scioglieva le corde, lasciando che ricadessero sul suo ventre nudo. Finalmente, dopo tanto tempo, Cat sentiva di nuovo il contatto delle corde sulla sua pelle. Era eccitata.
M. cominciò a farle scorrere intorno ai polsi di Cat, immobilizzati sopra la sua testa dai fili invisibili delle parole di M. Prima intorno ad uno, poi intorno all’altro, le corde si tendevano sui polsi di Cat. Ad ogni stretta, dalla sua bocca usciva un gemito misto tra piacere e dolce dolore. Dopo i polsi, M. portò le corde ad arrampicarsi su un montante della testata del letto. Le serrò strette, perchè Cat non potesse muovere le braccia.
Il respiro di Cat si fece affannato, affamato di desiderio.
Lentamente, molto lentamente, M. cominciò a spogliarsi. Cat guardava i suoi movimenti eleganti e studiati che portavano i suoi indumenti ad accasciarsi ai suoi piedi uno dopo l’altro. Non parlava, e lei non interrompeva quel sacro rituale silenzioso. Si limitava ad osservarlo, come si guarda un’opera d’arte, immersa nella bellezza e perfezione dei movimenti dei suoi muscoli.
“Sai cos’è il tantra?” M. interruppe il silenzio.
Cat fece cenno di sì con la testa.
“Ti hanno mai fatto un massaggio tantrico?” Chiese ancora M.
Cat fece cenno di no con la testa.
“Te lo farò adesso, allora. Dimmi dove tieni l’olio.”
Cat istruì M. di dove avrebbe trovato dell’olio per massaggi. M. tornò e si mise a cavalcioni su di lei, completamente nudo.
Fece gocciolare l’olio sul ventre di Cat. Ad ogni goccia che toccava la sua pelle, Cat gemeva di piacere.
Le mani di M. cominciarono a muoversi sul ventre di Cat, le toccavano i seni, le massaggiavano i fianchi, le lisciavano le gambe. Nessuno l’aveva mai toccata così, nessuno l’aveva mai eccitata così, nessuno l’aveva mai avuta così, completamente schiava delle mani di M.
Ogni volta che M. scorreva su e giù sul suo ventre, Cat inarcava la schiena, reclinava la testa indietro, tirava le corde con le mani per resistere al piacere. Gemeva, voleva quell’uomo dentro di sè.
Quando M. le toccò l’inguine premendo sul bacino, e spinse i pollici ad accarezzare il clitoride, a Cat sfuggì un urlo di piacere.
“Sei fradicia. Sono andato oltre” disse allora M., la voce calda ed eccitata “questo non fa parte del massaggio tantrico.”
Mise le sue mani intorno al collo di Cat e si spinse dentro di lei con un affondo impetuoso.
Cat strattonò le corde che bloccavano i suoi polsi, inarcò la schiena per accogliere ogni centimetro del cazzo durissimo di M. e godette, tremando di un orgasmo potentissimo, meraviglioso, inimmaginabile. Il suo corpo rispondeva ad ogni spinta e bagnava il suo inguine e quello di M. del suo liquido caldo e abbondante. Le corde tiravano e lei godeva ad ogni assalto di M. Con un gemito animalesco anche M. esplose nel suo orgasmo, mischiando il suo seme al fluido dello squirt continuo di Cat. Poi, ancora dentro di lei, staccò le mani dal suo collo e crollò sul suo petto, lasciando che la sua bocca ritornasse su quella di Cat in un bacio dolcissimo e rilassato.
Ripresisi dall’orgasmo reciproco, M. sciolse i polsi di Cat, le cui mani andarono immediatamente ad accarezzare il volto di M. per infilarsi poi nella massa di capelli brizzolati. Erano bellissimi i segni delle corde sui polsi di Cat.
Si chiusero in un abbraccio silenzioso che aggrovigliava i loro corpi per diversi minuti.
“Devo dirti una cosa Cathrine” Max interruppe il silenzio.
“Dimmi pure” ripose Cathrine.
“Ho fatto una scelta, diverso tempo fa ormai. Io vivo senza legami, ho altre donne, nessuna delle quali è e sarà mai la mia unica donna. Tu, se vuoi, puoi essere una di loro. Non capisco la monogamia e non sono adatto a praticarla. Sono un convinto sostenitore del poliamore, della possibilità e indubbia capacità di amare molte donne. Questo è quello che posso darti.”
Cathrine, ancora rilassata nel brodo di emozioni del suo orgasmo si irrigidì. Ruotò la testa perchè i suoi occhi incontrassero quelli di Max.
Lui proseguì:
“C’è un brano del testo di una canzone che recita ‘tu dammi quello che vuoi, io quel che posso’. Io ‘posso’ darti questo, e se vuoi è già tuo. Tu cosa vuoi? Tu cosa vuoi darmi?”
Cathrine deglutì a fatica. Le si era formato un groppo in gola. Dal lato dei suoi occhi sfuggì suo malgrado l’abbozzo di una lacrima. Sorrise e guardandolo negli occhi rispose:
“Io voglio te. Io scelgo te. Tutto quello che fa parte di te a me va bene. Voglio darti tutto quello che sono in grado di darti”
“Bene” rispose Max. “Ho un sacco di manie e difetti. Imparerai a conoscerli tutti” Una frase che profumava di ‘futuro’ agli occhi di Cathrine.
Girò il corpo in modo che la sua schiena aderisse al busto di Max che la abbracciava morbidamente da dietro. Ora che non lui non poteva vedere il suo volto, una lacrima scese a bagnarle la guancia.

Cap.8 La macchina

Cathrine aveva lasciato che fosse Max a guidare la sua macchina. Conosceva meglio le strade usate della città e solo lui sapeva dove si sarebbero diretti.

Un misto di incoscienza e stupida curiosità muoveva i pensieri di Cathrine. Non conosceva quell’uomo, probabilmente era una mossa estremamente imprudente quella di lasciare che la conducesse da qualche parte, eppure si sentiva al sicuro come se in realtà Max la conoscesse da sempre. Aveva colto, senza che lei ne facesse alcuna menzione consapevole, il fulcro dei suoi desideri più profondi, le aveva acceso l’anima, si era insinuato con impressionante maestria nelle pieghe più recondite dei suoi desideri, l’aveva assaggiata, si era fatto largo nei suoi spazi più nascosti, sapendo esattamente come muoversi, con le parole, coi silenzi, con le mani.

Mentre guidava, Max le sfiorava la coscia con la mano destra, si muoveva sulla sua pelle come se leggesse una mappa in braille, gli occhi fissi a guardare la strada. Cathrine sentiva il contatto dei suoi polpastrelli sulla sua pelle, ogni particella dei suoi sensi si era concentrata in quello spicchio di pelle nuda tra l’orlo della gonna e il ginocchio. Guardava il profilo di Max, regolare ma spigoloso, tra un respiro e l’altro, lui continuava a mordersi il labbro.

La macchina si fermò in un parcheggio a lisca, sulla strada che costeggiava il fiume. 

Max spense i fari, si voltò verso di lei, le prese la testa agganciando con forza i nervi dietro il collo e la tirò a sè. Quando i volti furono vicini, gli occhi negli occhi, Max si morse di nuovo il labbro, sfiorò le labbra di Cathrine e, fermandosi a pochi millimetri dal continuare a baciarla ancora e ben più profondamente disse, col solito tono dolce ma deciso che Cathrine ormai riconosceva:

“Vieni, scendi.”

Cathrine scese, chiuse la portiera, rimase ferma in piedi accanto alla macchina, non sapendo bene cosa aspettarsi, nè tantomeno cosa Max si aspettasse da lei.

M. la raggiunse girando intorno alla macchina, le si mise di fronte, i piedi incastrati in mezzo ai suoi, il corpo schiacciato al suo. Le prese la testa tra le mani, portò a sè il viso di Cat e la baciò con passione, quasi a continuare quel silente discorso che, poco prima, era stato bruscamente interrotto nel vicolo buio dietro al ristorante.

Cat rispose al bacio e mosse le braccia per abbracciare M. 

M. stacco le mani dal collo di Cat, intercettò i suoi polsi a mezz’aria e, stringendoli forte, li portò a unirsi dietro la schiena, intrecciati nella curva che, alla fine della spina dorsale, faceva nascere la rotondità del sedere. Tenendoli con una sola mano, mosse l’altra ad agganciare da sotto il mento di Cat. Il bacio si interruppe, Cat ansimava carica di desiderio.

“Vieni” le disse M. continuando a tenerle i polsi uniti dietro la schiena, quasi legati dalle corde delle sue dita.

M. le fece strada, indirizzandola verso il cofano della macchina. 

“Siediti qua.” le disse, sciogliendo la presa sui polsi e aiutandola a salire a sedere sul cofano della macchina.

Cat si sistemò cercando di trovare un equilibrio stabile, senza staccare gli occhi da quelli di M. e accarezzandone il busto da sopra la sottile camicia estiva, con le mani tornate libere.

M. tornò a baciarla con passione, e ancora e ancora e ancora, le prese di nuovo i polsi, prima uno, poi l’altro, portandoli sopra la testa di Cat e spingendola dolcemente a sdraiarsi sul cofano della macchina. M. piegato sopra di lei, senza smetterle di baciarla, le faceva sentire il suo peso, la sua erezione pulsava sull’inguine di Cat. I polsi sopra la sua testa erano trattenuti adesso con una sola mano e quella tornata libera si insinuava vogliosa tra le gambe di Cat, correva su e giù sulla pelle eccitata. 

Cat ansimava, continuando a sostenere i baci di M., voleva quell’uomo più di quanto quel poco di pudore che le era rimasto potesse addurre come scusa. Era sdraiata sul cofano della sua macchina, M. le legava i polsi con le corde strette delle sue dita, il silenzio della notte d’estate rimandava l’eco dei suoi sospiri eccitati, il mormorio del fiume poco distante faceva da contrappunto al frusciare della pelle delle mani di M. sulla sua, le stelle lontane illuminavano sopra le loro teste il miracolo dell’incontro dei sensi, nella miseria delle vite degli uomini. Cat voleva quell’uomo. Lì. Adesso.

M. liberò i polsi di Cat, ma a quel punto lei non aveva più alcun bisogno di essere trattenuta. Le sue mani rimasero ferme, obbedienti, legate da corde invisibili di sottomissione, sopra la sua testa. Con entrambe le mani, M. agguantò l’elastico dei suoi slip, e li strappò.

Li portò al suo naso per annusare l’eccitazione di Cat. Li posò sul naso di Cat perchè anche lei lo sentisse. Era bagnata, gocciolante di desiderio, aveva un buon profumo. Con una mano attorcigliò gli slip strappati ai polsi di Cat, immobili sopra la sua testa. Con l’altra mano sganciò i bottoni dei pantaloni, liberò finalmente la sua erezione non più contenibile e fu dentro di lei.

Cat sobbalzò di piacere inarcando la schiena per accoglierlo dentro di sè, agganciò le sue gambe dietro i suoi lombi e rispose ad ogni affondo. M. tornò a baciarla e la penetrò con una passione che Cat non ricordava fosse mai stata così incontenibile con nessun altro uomo avesse mai fatto sesso. Ansimavano insieme, spingevano insieme, uno dentro l’altro, uno contro l’altro, mischiavano i loro corpi e le loro anime in un crescendo di ritmo, di desiderio, di lussuria, di piacere e di felicità. 

Cat esplose in un orgasmo silenzioso e potentissimo, la testa rovesciata indietro, la schiena inarcata a prendere dentro di sè tutta la forza concentrata dell’ultima spinta di M. E lui, fuori da lei, le schizzò sul collo teso, sui seni turgidi sotto la maglietta sottile, sulla pancia. Una goccia le finì sulle labbra. Ansimando, Cat leccò quella goccia preziosa, come acqua nel deserto e scoppiò in una risata fragorosissima. M. le sciolse i polsi e consegnò gli slip strappati in una delle mani di Cat.

Cat si mise a sedere, rideva il suo corpo, ridevano le sue labbra, ridevano i suoi occhi, rideva la sua anima. 

“Sei uno spettacolo, lo sai?” Le disse M. ricomponendosi.

“Anche tu non sei niente male, Signore.” Rispose Cat rimettendosi in piedi e abbassando la gonna, unico pezzo di stoffa rimasto a proteggere il suo inguine fradicio.

L’aveva chiamato Signore. Chissà perchè.

“Io e te dobbiamo rivederci. Presto.” Continuò M. “Ho voglia di legarti per bene…faremo grandi cose, insieme, io e te.”

Cap. 7 Al buio

Il ristorante era elegante e semplice al tempo stesso, nel suo alternarsi di bianco e nero.

Cathrine e Max furono messi in un tavolo attaccato al muro di sassi, gnocchi per lui, tartare di manzo per lei.

La conversazione scorreva fluida. Le solite domande, “cosa fai di bello nella vita”, “quali sono le tue passioni” furono smaltite nel tempo in cui le forchette rimbalzavano sui piatti.

Max era un pittore, un’esteta, un professionista della perfezione. A Cathrine erano sempre piaciute le persone che avessero un personale punto di vista della vita, gli artisti la attraevano per la possibilità che potevano offrirle di prospettive diverse nel vedere le cose. Max le piaceva. Soprattutto quando per lunghi attimi si fermava in silenzio, le puntava i profondi occhi grigi addosso e si mordeva la punta sinistra del labbro inferiore con gli incisivi. Il perchè lo facesse, se indicasse apprezzamento, o disagio, interesse o dubbio, era la cosa che la incuriosiva di più.

Finirono di cenare, in modo galante Max pagò il conto, nonostante le proteste di Cathrine, e uscirono.

Camminarono senza una meta precisa, continuando a raccontarsi a vicenda, fino a che Max non prese Cathrine per le braccia, la spinse con decisione ad appoggiare le spalle sui sassi antichi della parete di una casa del centro e la baciò. Sulle labbra, infilando la lingua con prepotente dolcezza a cercare la sua. Cathrine rispose al bacio, le braccia si sciolsero dall’istintiva mossa di protezione che le aveva portare strette al suo petto e sentì il peso di Max sul suo corpo.

Sorrise, imbarazzata, stupita, contenta, quando Max si staccò da lei.

Era frastornata. Ma felice.

Ripresero la passeggiata, le mani adesso si toccavano, Cathrine sentiva il calore di quelle di Max, ne intuiva le pieghe coi polpastrelli, ad ogni passo cresceva la voglia di assaggiare il loro sapore.

La vetrina illuminata di un negozio di alta moda attirò l’attenzione di Cathrine.

Un paio di Louboutin facevano bella mostra di sè dietro l’inferriata che proteggeva il vetro della boutique. Cathrine appoggiò il petto alle sbarre di ferro, le sue mani aggrappate alle sbarre, gli occhi rapiti dalle scarpe. Max le si mise dietro, premette il suo busto contro la schiena di Cathrine. Le coprì le mani, con le sue, stringendole sul freddo del ferro. Cat sentì dietro l’orecchio il calore del fiato di M., l’odore del suo profumo le invase le narici. Il cuore si mise in attesa, il respiro anche.

“E se io adesso ti legassi a queste sbarre?” 

Un calore mai provato prima invase il ventre di Cat. Dio che meraviglia! Lo aveva trovato! Quell’uomo che si mordeva il labbro quando la guardava fisso negli occhi, costringendola ad abbassare i suoi, sarebbe stato suo.

“E’ tutto quello che desidero.” Rispose Cat.

Il vaso di Pandora del suo piacere era stato riaperto. 

Si mossero dalla vetrina. Fecero ancora qualche centinaio di metri, durante i quali Cathrine raccontò a Max come era nata la sua passione per le corde e quanto fosse forte il suo desiderio di tornare ad essere costretta, legata, sottomessa ai voleri di un uomo. Non sapeva spiegare come mai, ma voleva tornare a godere tanto da perdere i sensi, senza essere obbligata ad esercitare nessun tipo di volontà. Voleva sentirsi abbandonata al corpo, alle corde, al piacere, a Max.

Un vicolo immerso nell’ombra si aprì alla loro sinistra.

Cat strinse d’un tratto la mano di M.

“Vieni”, disse, e lo trascinò nel buio, lo spinse al muro e lo baciò ardentemente, spingendo la lingua dentro la bocca di M., premendo la sua faccia contro le sue labbra con le mani che trattenevano da dietro la nuca. Perchè lui non potesse scappare.

Le mani di M. scesero allora lungo le cosce nude di Cat. E cominciarono a muoversi sulla sua pelle liscia, carezzando le linee dei muscoli tesi , scoprendone la trama dei sensi.

Le labbra continuavano ad assaggiarsi, le lingue a giocare la loro danza furiosa, i loro respiri si fecero ansimanti. Le mani di M. cominciarono a salire, insinuandosi sotto l’orlo della gonna, avvicinandosi un centimetro dietro l’altro all’inguine di Cat.

Le toccarono il culo, stringendolo forte tra le dita, attirando il ventre di Cat sulla sua erezione.

Poi le mani di M. passarono davanti e di posarono sul clitoride sfiorando le labbra eccitate di Cat. Un brivido di piacere le scorse lungo la schiena. Le dita di M., impertinenti, decise, volitive, si fecero strada scostando l’elastico degli slip, giocarono con la peluria che le ricopriva il ventre, si strinsero in un stretta improvvisa sulle grandi labbra di Cat.

Cat sobbalzò, aprì gli occhi di colpo, incontrò quelli di M., le sue dita le furono dentro e il suo corpo esplose.

Gemette, continuando a baciare M., mentre il suo corpo si scioglieva nel piacere, finchè non staccò le labbra, chiuse gli occhi, reclinò la testa indietro e si abbandonò.

In fondo al vicolo, si accese una luce. Dal retro di un ristorante usciva il cameriere a gettar via la spazzatura. 

Cathrine tornò in sè, tirò giù d’istinto l’orlo della gonna che era salita ben oltre il limite consentito dal buon costume e si ricompose. Max la aiutò.

Si sciolsero dal loro abbraccio, si guardarono, scoppiarono a ridere, e correndo nel verso contrario da cui erano entrati, uscirono dal buio del vicolo per tornare sulla strada.

Alla loro sinistra campeggiava l’insegna del ristorante dove un paio di ore prima avevano cenato insieme. Non se ne erano nemmeno accorti, ma erano finiti a far incontrare i loro corpi nel retrobottega del posto dove tutto era iniziato

La risata si fece allora fragorosa e impertinente. Ridevano come due bambini beccati con le mani nella marmellata.

“Vieni”, disse Max tornando improvvisamente serio, “Ti porto in un posto.”

Cap.6 M.

Passarono altri mesi, durante i quali la consapevolezza di Cathrine divenne quella che trovare un uomo che potesse condividere con lei la passione per le corde e per il sottile ed eccitante gioco erotico sotteso al suo completo abbandono all’altro e al controllo che quest’ultimo avrebbe dovuto esercitare sul suo corpo e sui suoi sensi, sarebbe stata un’impresa per niente semplice.

Incontrava uomini, ovviamente, che in vari modi inciampavano sul suo percorso, ma presentarsi con un  “ciao sono Cathrine e mi piace essere legata…” verificò non essere esattamente la formula adatta per instaurare un primo dialogo conoscitivo con uno sconosciuto.

Il sesso tradizionale, però, non le interessava granchè. Quando finivano immancabilmente a rotolarsi in un letto, capitava spesso che la sua mente si staccasse dal corpo e pensasse “vabbè, fin qui è la solita storia, niente di nuovo, io voglio le corde, voglio essere dominata e sottomessa al volere del mio uomo… il ‘dolce su e giù’ non mi basta più…”

Il match tra le lenzuola finiva e avanti il prossimo, non poteva fermarsi, non voleva accontentarsi, lei voleva di più.

Capitava talvolta che durante quegli sporadici incontri di corpi, Cathrine riuscisse a cogliere un segnale. Le braccia portate all’improvviso sopra la testa e trattenute con forza, una carezza che si appoggiava sul suo sedere con più virilità rispetto ai canoni classici, le unghie che affondavano sui suoi seni, e allora Cathrine coglieva la palla al balzo e si faceva audace. “All-in…adesso si gioca sul serio”.

Nominava allora le corde e raccontava al malcapitato di turno come avesse scoperto il meraviglioso mondo del controllo e della sottomissione e come ne fosse stata improvvisamente scacciata, cosa si aspettasse davvero da un uomo, perchè, quando a parlare erano i corpi, le piacesse così tanto essere costretta a non avere il controllo sul suo e la sensazione di essere completamente abbandonata all’altro.

Gli occhi dell’uomo a cui azzardava la richiesta delle sue voglie si sgranavano allora sempre in un misto di sorpresa, curiosità, lussuria, si dichiaravano esperti o almeno dilettanti nella materia e desiderosi di sperimentare.

Si trovava allora maldestramente legata a tavoli, sedie, letti, ma non funzionava, mancava il gioco, mancava il fiato sul collo, la voce sommessa che le sussurrava “adesso sei mia”, mancava il controllo. Le legavano polsi e caviglie, ma non riuscivano a legarle l’anima.

Così, riavvolgeva le sue corde e passava oltre.

In una stanca sera appiccicosa di fine estate arrivò un messaggio sul suo cellulare. Uno dei tanti contatti che svogliatamente accumulava nei vari siti di incontri in cui si era messa in vetrina, senza troppe aspettative e con molte delusioni a nutrire la sua misera collezione, la contattava.

“Ciao, sono Max. Questo è il mio numero. Se vuoi ci vediamo a cena una sera.”

Secco, essenziale, niente smancerie e ossequi sdolcinati ai quali ormai aveva fatto tristemente l’abitudine. E che odiava.

Max, la incuriosì. Doveva essere decisamente sicuro di sè per non sprecare nemmeno una parola per scriverle la solita formula stupida “sei veramenete carina”.

Si scambiarono un paio di messaggi di rito, “cosa fai nella vita”, “dove vivi”, “cosa ti piace fare”.

“Ci vediamo venerdì a cena”, scrisse Max.

“Ok, sentiamoci giovedì. Mi dirai dove raggiungerti”, rispose Cathrine.

Nessun ulteriore contatto, nei quattro giorni che li separavano da quel venerdì.

La sera prima Cathrine gli scrisse. Magari si era dimenticato, magari aveva cambiato idea. Va bene non usare smancerie, ma doveva saperlo almeno il giorno prima se sarebbe o no uscita a cena con quello sconosciuto tanto diverso dagli altri. Avrebbe dovuto pensare a cosa indossare, avere il tempo di sistemarsi un attimo. Le classiche cose da donna, insomma, ma doveva saperlo prima.

“Ehi, ciao! Sono Cathrine, ricordi? E’ ancora valido l’invito a cena per domani?”

“Ciao! Certo che mi ricordo! Ci vediamo domani sera, alle 8, sotto i portici. Ti porto a cena fuori.”

“Va bene” rispose Cathrine. Max la confondeva, era un tipo davvero strano.

Cathrine cercò di vestirsi elegante, attraente quel tanto che bastava per non diventare volgare, scarpe basse nel caso in cui avesse dovuto per un qualsiasi motivo darsela a gambe. Max era un enigma per lei, non aveva mai conosciuto prima di allora nessun uomo talmente disinteressato da invitarla a cena. Non negò a se stessa che la curiosità che le aveva destato fosse condita da un pizzico di paura. Se le cose si fossero messe male, con le scarpe basse avrebbe potuto correre.

Scese dalla macchina, tirò giù l’orlo della gonna, sistemandoselo perchè non salisse troppo, si incamminò a piedi verso i portici.

Riconobbe Max dal colore dei capelli, appoggiato con le spalle al muro, la gamba sinistra piegata perchè il piede vi si appoggiasse anch’esso, la mano destra in tasca, il cellulare nell’altra, la testa piegata per guardarlo.

Cathrine si avvicinò.

“Ciao! Tu devi essere Max! Piacere, io sono Cathrine”

Max sollevò la testa dallo schermo dello smartphone, i suoi occhi cerulei cercarono quelli di Cathrine, sul suo volto si allargò un sorriso luminoso.

“Sei in ritardo”, disse con voce calda ma ferma.

Cathrine rimase in silenzio. Quello che vedeva e che aveva appena sentito aveva colpito nel suo centro. Non sapeva cosa dire. Non uscivano le parole.

“Piacere, sono Max.”

Cap.5 Constance

La stanza in cui si sarebbe svolto il corso di ‘shibari’ era bianca, calda, accogliente. Un trilite in legno sul fondo a cui erano appesi dei ganci, tappeti e cuscini in terra a coprire l’intero spazio della sala, oltre una tavola imbandita di tè caldo e biscotti.

Cathrine si presentò al maestro e alla sua compagna, ribadendo il fatto che sarebbe stata da sola.

Il mestro rispose: “Non preoccuparti, ci ho pensato io. Ti presento Constance. Farà corde con te”

Constance era una ragazza ossuta ed elegante, quasi gracile. Aveva una compagna, con la quale studiava lo ‘shibari’,  che era assente per lavoro e aveva accettato l’invito del maestro per fare un pò di corde, nel noioso sabato pomeriggio che le si sarebbe prospettato altrimenti.

“Sarò delicata, non preoccuparti. Dimmi se ti farò male, non voglio farti male” disse Constance a Cathrine.

“Io voglio sentire la tensione delle corde sulla pelle, ho bisogno di risentire quella sensazione, sono qui per questo. Non mi farai male. Tira come devi.” rispose Cathrine.

Si sedettero sul futon, vicine. Il maestro cominciò a spiegare. Cathrine chiuse gli occhi. E tornarono le corde.

Le sentiva strusciare sulla sua pelle, le sentiva tirare quando raggiungevano la posizione giusta e venivano bloccate, le sentiva accarezzare i punti caldi del suo corpo e partire brividi che arrivavano a scuoterle la base del collo.

Prima un piede, poi la caviglia, il polso legato ad essa, poi su, polpaccio e braccio insieme.

Il maestro parlava, le mani di Constance si fermavano e Cathrine apriva gli occhi. Vedeva le corde strette alla sua pelle, belle, confuse col suo corpo, come un’opera d’arte.

Poi ancora corde, in piedi, i polsi insieme, bloccati dietro la schiena. Cathrine le sentì passare intorno al collo, sfiorarle i capezzoli tesi. Le corde presero a scivolare sull’inguine. Cathrine le sentì tirare, da sopra i vestiti, fino a premerle il clitoride. Le sfuggì un sospiro.

Constance le si avvicinò da dietro  fino a sfiorarle con le labbra l’incavo tra la spalla e il collo. Cat sentì il calore del respiro di Constance invaderle l’orecchio e di nuovo quel fuoco che le colmava l’inguine. Le corde, finalmente! Quanto si sentiva viva!

Constance tirò. Il clitoride di Cat ne fu schiacciato. Sorpresa, dolore, eccitazione. Un sorriso si allargò sul suo viso.

Tirò un paio di respiri affannati, doveva calmarsi. Si era eccitata, ma non poteva permettere che gli altri dieci allievi del corso se ne accorgessero.

Cat si controllò.

Constance, sempre dietro di lei, tirò ancora. Il clitoride di Cat tornò a strusciare violentemente sulle corde. Il respiro di Cat si arricchì di un gridolino sommesso, soffocato nella gola.

“Ti ho fatto male?” Le sussurrò Constance all’orecchio.

“No.” rispose Cat, cercando di controllare l’eccitazione e il respiro affannato, “Anzi, grazie…è quello che volevo.”

La lezione terminò con una merenda a base di tè, tutti insieme come amici di vecchia data. 

Prima di andarsene, Cathrine si avvicinò al maestro.

“Maestro, mi scusi, sa dirmi dove posso trovare delle corde come quelle che abbiamo usato oggi?”

Il maestro le disse che di corde ne avrebbe potute trovare in tanti posti e di vario tipo, ma se avesse voluto le vere corde dello ‘shibari’, avrebbero dovuto essere giapponesi, come quelle che lui periodicamente si faceva mandare direttamente dal Giappone e che forniva ai suoi allievi.

“Posso averle anch’io?”

“Dipende da quali legature vuoi fare, ci sono di varie lunghezze.”

“Io non voglio legare, io voglio essere legata.”

“Allora prendi questa.”

Cathrine comprò otto metri di corda in canapa giapponese e tutto l’occorrente per prendersene cura.

Tornò alla macchina con il sorriso stampato sul volto, le guance ancora arrossate da quando aveva cercato di controllare l’eccitazione, che Constance e le sue corde le avevano regalato. Camminava accarezzando le corde nuove.

Le ‘sue’ corde.

Adesso avrebbe dovuto trovare chi fosse in grado di usarle su di lei.

 

Cap.4 L’attesa

I giorni che seguirono divennero mesi, primavere, estati e lunghi inverni.

Cathrine provò più volte a ristabilire un contatto con Sylvio, ma comprese presto che l’efficacia fisica dello schiaffo che aveva chiuso l’incrocio delle loro vite, delle corde e dei loro corpi, si estendeva senza alcuna via d’uscita anche ad ogni altra possibilità di interazione. Si interrogò a lungo anche su quello che, nella dinamica di quella infausta serata, fosse stato in qualche modo colpa sua. Ma, sebbene provasse a dare una qualsiasi spiegazione logica al comportamento di Sylvio, finanche ad addossarsene la colpa, non riusciva a non arrivare alla conclusione che lei, di fatto, non avesse fatto un bel niente. Aveva chiesto di allentare la stretta, le faceva male la spalla, punto. Possibile che avesse semplicemente avuto paura, quell’uomo tanto silenzioso e austero, forte delle sue corde e del potere che esercitava sui suoi sensi e quindi su di lei, che quella piccola donna, completamente nelle sue mani, potesse in qualche modo indebolirlo e ribaltare le parti, tanto da diventare più potente di lui e fermare il gioco? Possibile che alla richiesta sommessa di Cat, Syl si fosse trovato intimamente pronto ad accondiscendere e si fosse quindi spaventato della remota possibilità che si stesse in qualche modo affezionando a quell’esile corpo tremante e voglioso al quale era stato sul punto di concedere il potere di decidere cosa andasse bene e cosa no? 

Agli occhi di Cathrine, quello schiaffo prese via via ad assumere i contorni della paura di Sylvio nei confronti delle possibili relazioni sentimentali con una donna, e si convinse lentamente che di quello che lo spaventava nell’ipotizzare una relazione con una donna, lei non poteva averne colpa. Apparteneva al passato di Sylvio. Mentre lei, se solo lui le avesse dato una possibilità, se solo ‘si’ fosse dato una possibilità, avrebbe potuto essere il presente.

Risolto nella sua mente l’enigma il cui epilogo l’aveva vista scacciare come si scaccia un cane molesto, Cathrine ripartì. E lo fece cercando qualcuno, qualcosa, un qualsiasi segnale che la conducesse di nuovo alle corde.

Curiosava in rete in un pomeriggio di solitudine ed inedia cercando qualcosa che avesse a che fare col bondage, quando capitò nel sito di un’associazione culturale che si occupava di ‘shibari’, l’antica arte giapponese della legatura con le corde.

Ed eccolo là il segnale che aspettava.

Venivano organizzati dei seminari durante i quali un insegnante, insieme alla sua compagna di corde e di vita, avrebbe mostrato l’arte di legare una donna con le corde. Gli allievi avrebbero dovuto essere coppie di persone, che avrebbero messo in pratica seduta stante gli insegnamenti, durante lunghi pomeriggi insieme nelle giornate dei corsi. Uno avrebbe legato, l’altro si sarebbe fatto legare. 

Cathrine decise che sarebbe andata ad uno di questi seminari. Voleva essere legata. Voleva risentire sulla sua pelle la sensazione delle corde tese che la stringevano.

Si segnò quindi al corso, specificando però che sarebbe stata da sola, ma si offriva come bottom, se solo si fosse trovato qualcuno che, come lei da solo, avesse voluto invece legare. 

L’insegnante le rispose che non avrebbe dovuto preoccuparsi, avrebbe fatto lui in modo che tra gli allievi ci fosse un’altra persona, da sola, disposta a legarla, un’altra persona che sarebbe stata presente il pomeriggio del corso per imparare nuove legature.

“Poi se vorrai potrai anche provare a legarla te.”

Le aveva detto l’insegnante, quasi per rassicurarla, durante il colloquio telefonico con il quale Cathrine aveva acquisito tutte le informazioni sul corso che si sarebbe tenuto di lì a poco.

“Non importa, grazie mille. Non voglio imparare a legare, non mi interessa. io voglio solo essere legata.”

Un sabato pomeriggio si presentò quindi, da sola, nella sala del seminario di ‘shibari’. Voleva essere legata, sarebbe stata legata.

Cap. 3 Corde e sushi

Il fastidioso suono di un clacson risvegliò Cat dal turbine dei pensieri che le affollavano la mente confondendosi col picchiare violento della pioggia sopra di lei. Non si era accorta che il semaforo era diventato verde. Guardò dietro di lei chi potesse mai essere, chiuso nella sua scatoletta di plastica e lamiere, ad avere così tanta fretta da distrarla dal flusso dei ricordi che inondavano il suo lento viaggio di ritorno a casa.

Lo schiaffo di Syl aveva chiuso senza alcuna possibilità di appello l’esperienza più audace e trasgressiva della sua vita sessuale. Aveva conosciuto le corde, imparato a riconoscerne l’odore, iniziato a decifrare il complesso codice sotteso alla linea di confine tra dolore e piacere, tra obbedienza e scelta, tra costrizione e libertà.

Aveva osservato tante volte Syl sciogliere lentamente quelle corde che da lì a poco avrebbero costretto il suo corpo alla resa totale, l’avrebbero sottomessa al suo volere. I movimenti avevano un rituale preciso, di una bellezza tale che la incantavano. Poi le corde cominciavano a scorrere sulla sua pelle, ruvide, calde, tese. Tutto era immerso nel silenzio. Nessuna parola era necessaria. Syl non doveva spiegare niente, Cat non aveva bisogno di chiedere niente. Parlavano i corpi, sentiva la pelle. Le corde iniziavano a tirare, intrecciate nei loro nodi, e più mani e piedi diventavano immobili, più si liberava la sua voglia, si bagnavano le sue labbra, si accendeva il desiderio. Più perdeva il controllo del suo corpo, più si sentiva libera e viva. Ed esplodeva il piacere.

“Voglia di corde e orgasmi” gli aveva scritto Cat una sera, prima di addormentarsi ed era diventata da allora la loro parola d’ordine che precedeva gli incontri.

E si era trovata legata ad una sedia, completamente immobilizzata, le braccia dietro la spalliera, le caviglie costrette alle gambe di legno spigoloso. Syl le aveva strappato i vestiti, rovesciato la sedia in modo che la sua fica gli si offrisse in alto e aveva cominciato a giocarci con le mani. Le dita frugavano dentro e il suo cazzo le riempiva la bocca.

Era stata legata per ore al letto, le mani sopra la testa, le gambe divaricate, le corde che disegnavano i loro cerchi come serpenti attorcigliati sulla sua pelle e poi bloccate alla testata. Syl l’aveva bendata, lasciando che solo le orecchie e il suo corpo mantenessero il contatto con la realtà. Aveva usato ogni suo buco a suo piacimento, lasciando che lei godesse ad ogni spinta, che il piacere si sciogliesse in fiumi di fluidi caldi.

Si era trovata appesa alla maniglia di una finestra, il sedere scoperto e pronto. Syl l’aveva colpita allora con un mestolo da cucina, una volta, due, tre, quattro. Improvviso, inaspettato, era arrivato l’orgasmo più violento della sua vita, senza neanche essere stata toccata dalle sue mani. 

Quando tutto finiva, esausti entrambi, Cat rideva, di quella soddisfazione che si prova quando si scioglie il dubbio di non riuscire a fare una cosa che non si è mai fatta. Si scopriva donna, libera, felice. E allora Syl si alzava, le accendeva una sigaretta e andava a prepararle il caffè.

“Vieni” le aveva detto una sera, dopo averla slegata, “ti preparo il sushi, ti va?”

Cat, ancora nuda, si era messa il maglione di Syl, ci era sprofondata dentro e si era accucciata sulla sedia della cucina. Syl aveva tirato fuori dalla credenza il suo coltello, aveva preparato le alghe, sfilettato il salmone, aperto l’avocado, preso il riso da una ciotola. A torso nudo aveva cominciato ad arrotolare hosomaki e uramaki, con la maestria di un professionista. Li aveva offerti a Cat mettendole il primo morso di ogni rotolino in bocca, l’aveva imboccata, le aveva sorriso, le aveva chiesto se le piacesse. 

Cat aveva mangiato, massaggiandosi i polsi, ancora doloranti e segnati dalle corde, scavati dal marchio del suo piacere. Aveva sorriso, giocosa. Avevano scherzato insieme. Era stato, quello,  il sushi più buono che avesse mai mangiato.

Aveva smesso di piovere, il temporale era finito. Cat fermò la macchina, non avrebbe saputo dire come fosse arrivata a casa. Tirò su col naso, asciugò l’ultima lacrima, scese con la mano a massaggiarsi la guancia.

“Non posso fermarmi adesso” pensò, “non posso.”

Infilò la chiave nella porta di casa, sospirò. Nella lama di luce che si formò entrando nel buio della stanza, arrivò la consapevolezza che sarebbe andata avanti, avrebbe trovato il modo di scrivere nuove pagine. Sottomessa, dominatrice, non avrebbe avuto importanza, lei voleva quelle cose lì, voleva appartenere a quel mondo. Apparteneva già a quel mondo, sentiva di averne sempre fatto parte nelle pieghe più nascoste della sua anima.

Voleva essere libera, voleva essere legata.

Non sarebbe tornata indietro.

Cap.2 L’inizio

Si erano conosciuti qualche mese prima, su una delle tante chat di incontri sorte come funghi nell’effimera vita della rete per arginare almeno in parte il terrificante baratro della solitudine.

Era sola da troppo tempo Catherine, e la foto del volto ombroso di un ragazzo suo coetaneo, incorniciato da lunghi capelli corvini, aveva catturato la sua attenzione in un’annoiata sera di inizio dicembre. Rispondeva al nome di Sylvio, cuoco, pittore, artista, tipo strano, di quelli che, secondo meccanismi inconsci della sua mente, che lei conosceva fin troppo bene, da sempre nella sua vita stimolavano la sua curiosità.

Qualche chiacchiera on line poi la proposta di incontrarsi di persona per un caffè, Cat lo aveva invitato a casa sua, nella sua zona di comfort, quando ormai fuori si avvicinava il Natale. 

Discorsi di circostanza, un paio di sigarette, curiosità reciproca, nessun contatto fisico, se si escludeva la rapida stretta di mano delle presentazioni iniziali. Seduti al tavolo della cucina, si studiavano come due giocatori di poker. Poi all’improvviso Syl aveva chiesto:

“Posso fare una cosa?”

Cat, disorientata, aveva risposto: “Certo, perchè no?”

Syl si era alzato, si era sfilato la sottile sciarpa di cotone che gli ornava il collo, l’aveva presa ai due capi con le mani e si era spostato dietro di lei.

Con movimenti lenti aveva appoggiato la sciarpa sugli occhi di Cat, il cui respiro aveva immediatamente cambiato ritmo. Aveva portato poi i capi dietro alla nuca, fatto il nodo e tirato. Forte. Il buio e la stretta alla nuca avevano risvegliato i sensi di Cat, come un lampo squarcia il cielo pronto al temporale. Un profondo respiro e il cuore in apnea avevano acceso di desiderio ogni cellula della sua pelle. Sensazioni nuove, antiche al tempo stesso come la sua pubertà, un sogno che diventava realtà.  Dietro di lei, vicino alla sua spalla, sentiva il respiro di Syl farsi profondo, il calore del suo fiato accarezzargli la pelle, il suo odore insinuarsi nelle sue narici e nella sua mente.

Cat aveva alzato le braccia, per toccare la sciarpa che le copriva gli occhi, poi due mani, delicate ma decise, si erano strette ai suoi polsi e gliele avevano abbassate fino a portarle entrambe dietro la schiena, oltre lo schienale. Il contatto con la pelle delle mani di Syl le aveva fatto partire un brivido di eccitazione dalla base del collo fino al pube. In modo che non era riuscita a controllare, dalla sua bocca era uscito un gemito.

La stretta era forte, il respiro profondo di Syl ancora dietro di lei. Vicino. 

Aveva avvertito i suoi capelli sfiorarle la guancia, poi le sue labbra avevano sentito altre labbra appoggiarsi umide, calde, la lingua insinuarsi nella sua bocca.

Percorsa da sensazioni sconvolgenti, immersa nel buio illuminato dal risveglio dei suoi sensi, Cat aveva risposto al bacio, cercando quelle labbra, desiderando quella lingua intrecciata alla sua. Tendeva il collo, cercando di contrastare la stretta delle mani di Syl che bloccavano le sue, voleva quel contatto, voleva quelle labbra.

Poi, improvvisamente lui si era allontanato, ponendo fine al primo incontro delle loro pelli e delle loro anime. Aveva allentato la presa sulle mani di Cat, aveva sciolto il nodo restituendole la vista. Il respiro di Cat da violento e tumultuoso come era stato fino a qualche istante prima era tornato lentamente alla normalità. Sul suo volto si era aperto un sorriso. Tra le gambe, in modo inconfessabile, sapeva di essere bagnata.

Syl era tornato davanti a lei.

“Ti è piaciuto?”

“Ah sì!” aveva risposto Cat istintivamente, il pensiero ancora annebbiato dallo sconvolgimento dei sensi. “Mi è piaciuto, molto… Senza saperlo hai realizzato un mio sogno, sai?”

“Quale?” Aveva chiesto Syl.

“Ho sempre sognato di essere bendata.”

” Se questo ti è piaciuto, la prossima volta che ci vediamo ti farò conoscere le mie corde”

 

 

Cap. 1 La fine dell’inizio

Le gocce di pioggia rimbalzavano violente sul parabrezza e sulla carrozzeria. Il frastuono era assordante e in esso si confondeva tutto il rumore che aveva dentro.

Cat guardava davanti a se, senza vedere realmente. Era buio, e freddo. Dentro, soprattutto dentro.

Una lacrima calda scese sulla guancia arrossata.

Era arrivata nel cortile del palazzo poco prima, aveva suonato, Syl era sceso furioso.

Gli occhi iniettati di rabbia, le si era avvicinato quasi correndo.

Arrivato davanti a lei le aveva lanciato sulla guancia destra uno schiaffo la cui violenza non era stata in grado di immaginare possibile, prima.

La testa si era girata assecondando la forza del colpo, le orecchie avevano cominciato a fischiare e mentre il volto tornava a guardarlo Syl le aveva urlato:

“Tu non sei una sottomessa, tu sei una dominatrice! Vai a trovarti uno che sia disposto ad eseguire i tuoi ordini e non osare mai più avvicinarti a me! Sparisci!”

Con la stessa furia con la quale era arrivato, si era voltato ed era rientrato nel buio dell’androne, sparendo per sempre dalla sua vista.

Con la mano poggiata sul pulsare della sua guancia, Cat non aveva nemmeno fatto in tempo a rispondere. Le sue parole “Ma mi faceva solo male la spalla!” erano uscite in ritardo, sommesse e inascoltate, disperse nel buio e nelle prime gocce di pioggia.

Era tornata in macchina, confusa, stordita e, mentre fissava il vuoto davanti a lei ripensava al loro incontro di poche ore prima.

Syl aveva suonato alla porta, come sempre, aveva appoggiato il suo borsone pieno di corde sul tavolo della cucina, le aveva ordinato di sedersi, le aveva preso le mani, gliele aveva portate dietro la schiena, le braccia a contrasto con lo schienale, gli avambracci uniti uno sopra l’altro, e aveva iniziato a legarli minuzioso, meticoloso, silenzioso, potente.

La spalla sinistra le faceva male, però.

Quando si ritrovava legata mani, polsi, braccia, gambe, piedi e sospesa e strattonata, in qualsiasi modo lui volesse, era successo tante volte che le articolazioni le facessero male, ma durante i loro giochi perversi e passionali, durante i loro orgasmi violenti e poderosi, il dolore si trasformava in piacere, lo amplificava, lo elevava all’ennesima potenza.

Allora andava bene, ma quel pomeriggio la spalla le faceva male prima ancora che tutto avesse inizio. Sarebbe bastato che Syl avesse allentato solo un pò la stretta delle corde sui polsi, in modo che Cat avesse potuto sistemare la posizione delle spalle e poi lei non avrebbe più osato chiedere niente, avrebbe sofferto e goduto in silenzio come tutte le altre volte.

“Mi fa male la spalla, puoi allentare solo un pò?” aveva chiesto a bassa voce.

Sil era scattato in piedi, aveva sciolto e riordinato le corde in assoluto silenzio.

“Ma che fai? Perchè sistemi tutto? Mi faceva solo male la spalla, bastava allentassi un attimo.”

Si era rimesso la giacca, aveva ripreso la borsa.

“Ma perchè vai via? Ma che succede? Aspetta! Mi faceva solo male la spalla!”

Aveva aperto la porta, l’aveva richiusa dietro di sè, continuando a non uscire dal suo silenzio autoritario.

L’aveva lasciata così, sola, confusa, e ora doveva capire cosa era successo, aveva bisogno di spiegazioni.

Nella testa di Cat continuava a rimbalzare la frase “ma mi faceva solo male la spalla, cazzo! ma perchè?” mentre, quasi sotto shock, si vestiva al volo, infilava il cappotto e saliva in macchina per andare da lui.

Aveva solo bisogno di spiegazioni, non poteva finire tutto così.

Syl aveva aperto il vaso di Pandora del suo piacere, le aveva fatto conoscere la frontiera della costrizione, dell’obbedienza, dell’assoluta vulnerabilità come anticamera della più totale complicità emotiva, delle più elevate vette del piacere che lei avesse mai conosciuto nella sua vita. Cat aveva scoperto che adorava sentire le corde strusciare sulla sua pelle, sentirle tirare e premere sulla carne. Non poteva tornare indietro. Non adesso.

Quello schiaffo violento però aveva chiuso il capitolo.

Stretta dentro le lamiere della sua macchina, circondata dal frastuono del temporale, Cat si asciugò la lacrima. La guancia su cui si era abbattuta la furia di Syl cominciava a far male.

“Tu non sei una sottomessa, tu sei una dominatrice!” Continuava a rimbombarle nella testa la frase di Syl.

Ma che voleva dire?

Ma quale sottomessa e dominatrice, lei voleva solo essere legata, che importanza potevano avere le definizioni quando si parlava di piacere?

E adesso cosa avrebbe fatto?

Come avrebbe potuto trovare un altro maestro, un nuovo complice di una sessualità, la sua, alla quale erano stati tolti i freni? Come rimettere le briglie ad un cavallo che ha scoperto il vento della libertà?

Questo pensava Cat mentre infilava le chiavi nel cruscotto e accendeva il motore della macchina per tornare a casa con la guancia che pulsava e doleva.

“E adesso?”